(Non) un gioco da ragazz*. Racconto

Qui di seguito un racconto che anticipa uno scritto più corposo che ho in cantiere. Vale la pena precisare che si tratta di un racconto fantastico: le tre figure parlanti si occupano di magia e sul finale spunta un personaggio la cui stessa esistenza è controversa. Buon solstizio a tutte, tutti, tutt*, tuttu.

Le weird sisters come le vide Orson Welles nel suo Macbeth del 1948

Al centro un grande paiolo. Tre figure gli stanno intorno. Una ha appena finito di rimestare, le altre due si sporgono a guardare.

– Non si vede neanche un po’.
– Se la smetti di muoverlo! Dobbiamo aspettare che la superficie sia ferma.
– Non si vede niente lo stesso.
– Aspetta un secondo, vedi?
– No… ah, ma è buio?
– Buio, sì.
– Eccola lì! Parla al telefono
– Che posto è?
– Sembra una fermata del pullman.
– Ha gli occhi che ridono! Con chi parla?
– Zitta! Ora aggiungo aglio e liquirizia, così sentiamo meglio.
– Ma che fai lì in basso?
– Qua nel culo del paiolo si sente anche chi parla all’altro capo…
– Sarà già che mi piego così tanto!
– Shhh!
– Ma chi è?
– Shh… aspè! Ah, è l’avvocato.
– E che dice?
– Dice che il tribunale ha concesso il gratuito patrocinio.
– Alla buonora.
– Gratuito patrocinio? Tribunale?
– Seh, vabbè! A questa bisogna farle sempre gli spiegoni!
– Per cambiare i documenti ci vuole una sentenza di tribunale. Si deve pronunciare un giudice. Una persona…
– … Assai verosimilmente cisgender…
– … che decide se sei abbastanza donna o abbastanza uomo o abbastanza trans per avere dei nuovi documenti.
– Non la sapevo ‘sta roba.
– Vabbè, senza parole. Ma quante volte te le dobbiamo dire le cose?
– Madonnina, siete ben nervosu! E il gratuito patrocinio?
– È una cosa che spetta a chi ha un reddito annuo inferiore agli undicimilacinquecento euro
– Marta, non è per vantarsi, sta abbondantemente sotto.
– È una cosa che ti controllano anche il buco del culo e devi produrre mille certificati e mille scartoffie.
– Mostrare il culo è bello!
– Sì, ma qui non c’è nessun piacere possibile!
– Da quanto è in ballo con ‘sta roba?
– Le relazioni di endocrinologa e psicologa ce le ha da aprile.
– Quanto ci vuole a chiudere tutta la faccenda? Quanto ci si mette di solito?
– A febbraio l’avvocato aveva detto che a settembre avrebbe potuto avere i documenti…
– Sì, infatti, quando Marta ha ricevuto la telefonata del gratuito patrocinio era novembre!
– Recuperare tutte le carte in questi mesi pandemici è stato lungo, lento, penoso. Però adesso siamo al buono, l’avvocato può cominciare a scrivere l’atto con cui si può presentare in tribunale.
– Sì, ma non capisco perché stiamo guardando proprio in questo punto.
– Stammi attenta: per ora sulle carte Marta è un maschio ed è ancora identificata dal nome assegnato alla nascita…
– Eh, e quindi?
– Zitta e ascolta. Nelle settimane scorse ha mandato dei curriculum con su scritto “Marta” e senza specificare mai che è una persona trans.
– Sì, vabbè, non ci vuole mica Sherlock Holmes se ti racconta che nel 2001 ha fatto il servizio civile sostitutivo della leva…
– Vabbè, non ci perdiamo, stringi.
– Ha fatto anche un colloquio di lavoro. Ci è andata con gli occhi truccati, una mascherina animalier e un abito nero sopra il ginocchio. Lo senti lo scarto?
– No.
– Che cretina! È un passo avanti. Non solo si presenta come le pare, ma evita di chiedere scusa per come è. Ha imparato qualcosa. Fratelli, sorelle, sibling che ci sono passat* prima hanno indicato la strada: si può osare. E finalmente lo sta capendo anche lei: osare si può.
– Benché non sia semplice per niente…
– Costa fatica e l’esito non è per niente scontato.
– Cioè, tante volte osare non basta.
– Vabbè, ma il colloquio come è andato?
– Bene… Si fa per dire. No, dai, diciamo bene. L’hanno presa a lavorare per questa cooperativa che fornisce servizi all’università.
– E che fa?
– La panchinara. Sostituisce colleghe e colleghi quando sono assenti.
– Wow!
– Sì, dovresti vedere la lettera di incarico che ha firmato.
– Lettera di incarico? Non ha un contratto.
– Sì, ciao, il contratto!
– Ma dove vivi?
– Cretina, vivo nello stesso posto in cui vivi tu!
– Vabbè, state calme. Comunque l’hanno presa, le hanno dato un tesserino da appendere al collo con su scritto “Marta”…
– Vedere, vedere!

Il paiolo ribolle. Ancora un fotogramma dal Macbeth di Orson Welles

– Passami il cardo mariano che facciamo lo zoom.
– Bolle sempre così?
– Eh, quando fai lo zoom un po’ bolle…
– Bruttina la foto.
– Sì, l’ha fatta in fretta e furia davanti alla porta del bagno.
– Ma scusa, c’è scritto che è nata a Biella!
– Dettagli. La cooperativa ha bisogno di una panchinara, poco importa dove sia nata.
– Quindi si aggiunge un altro documento che dice una cosa diversa dagli altri.
– Se la fermano i birri mentre va a lavorare è un gran divertimento: sulla carta d’identità c’è il deadname, il vero luogo di nascita e una foto con la barba.
– Ma quando si decide a perderla ‘sta carta di identità e almeno se ne fa fare una con una foto più decente?!?
– Ma sempre alle foto guardi?
– Mannò, lo dico per lei.
– Aspettate un secondo, volevo dire un’altra cosa. Volevo dire che “Marta” è scritto sul cartellino, “Marta” sulla lettera di incarico e “Marta” persino sull’applicativo che rendiconta le ore…
– Bene, vedi che osare paga. Mostrarsi sicure di sé.
– Sicure e sicuri!
– Sì, vabbè, come sei preciso!
– Sì, paga, ma non basta.
– In che senso?
– Marta, quando lavora usa dei computer e quindi l’università le ha fornito delle credenziali di accesso. Con il suo deadname.
– Te pareva. Ma queste cose dove le stai vedendo?
– Ho fatto un po’ di zapping fra le cose accadute nell’ultimo mese. Vi riassumo il succo. Allora Marta ha visto ‘sto deadname e ha chiesto a una tizia della cooperativa, quella che le assegna i turni di sostituzione: «Ma ‘sto nome che hanno scritto lo vede qualcuno? Spunta da qualche parte?»
E quella dice che no. E allora Marta le ha detto: «Va bene così, lasciamolo così, non c’è para».
– Ma perché non osare ancora? Perché non insistere?
– Ma perché le sembrava brutto che ancora non avevo iniziato a lavorare e già cominciava a fare casino. Cioè, la situazione è questa: spettacoli non ne può fare chissà per quanto, e l’altro lavoro, guida museale – sì, vabbè, fatevi una risata! – nemmeno…
– Certo, è comprensibile, ‘sti quattro soldi se li tiene stretti.
– Ma quanto prende?
– Ne parliamo dopo, aspetta.
– Sì, ma che ti costa dirmelo?
– È come Dumbo, lavora per un po’ di noccioline!
– Sì, ma quante noccioline?
– Aspetta, ci arriviamo. Allora, la cosa che non sta dicendo all’avvocato è che si trova alla fermata del pullman, cioè, no, questo glielo ha detto, ma non ha detto cosa è venuta a fare in città. Cioè, non ha detto che questo è il suo primo giorno di lavoro. Anche per questo stiamo guardando qui. Oggi ha fatto la prima sostituzione e quindi il primo accesso al terminale e si è resa conto che non è esattamente come mi diceva la responsabile.
– Il deadname si vede?
– Sì.
– Certe cose se non le vivi manco te ne accorgi. Se vai d’accordo con il tuo nome anagrafico perché dovresti notarlo?
– Comunque, ha scritto subito alla responsabile che di para invece ce n’è, che chiedano all’università di cambiare le credenziali e si è messa a far leva sulle carriere alias…
– Spieghino?
– Non so come sia nata questa roba. Suppongo che qualche studente o studentessa trans a suon di avvocati sia riuscitu a farsi accreditare con il nome d’elezione e da quel punto in avanti hanno scritto un regolamento che dice che se dimostri che sei in transizione puoi oscurare il tuo deadname.
– Fico!
– Fico, sì. Cioè, il minimo. Comunque, Marta dice alla responsabile: «Guarda che c’è questa cosa della carriera alias. All’università è già circolata l’informazione che nel mondo esistono delle persone trans e che in Italia ci vuole un’eternità per cambiare i documenti»…
– Vabbè, un’eternità, hai detto da febbraio a settembre, son sette mesi…
– Sì, ma il percorso di transizione è iniziato maggio 2018, sono passati due anni e mezzo e ancora non ha nemmeno messo piede in tribunale…
– E che sarà mai? Intanto il grosso è fatto se ne va in giro bella orgogliosa.
– Due cose fanno fede in questa società: la cosa che c’hai fra le gambe e quello che c’hai scritto sui documenti. In questo momento, nell’ottica di questa società, le due cose collimano e entrambe dicono “maschio”. Sai cosa significa quando non ti crede nessuno? Quando senti che chi non ti misgendera lo fa per condiscendenza?
– Quel porcodio di documento serve eccome, anche se ci fa schifo il concetto che devono esistere i documenti!
– Ok, scusate, state calmu!
– Comunque, Marta scrive alla sua responsabile questa cosa e quella scrive alla responsabile universitaria del servizio e…
– Che casino.
– E?
– E quella dice che non era previsto che di questa cosa dell’alias ne usufruissero anche lavoratori e lavoratrici.
– Cioè?
– Cioè: se sei uno studente o una studentessa puoi richiedere un alias – sempre certificando che hai un bollino di frocitudine valido, emesso da un centro specializzato e autorizzato a rilasciare bollini di frocitudine. Non è che ti puoi autoproclamare persona trans: ci vuole la diagnosi – ma se sei una persona che lavora nell’università questa cosa non la puoi richiedere.
– Cioè, vuoi dire che non hanno mai avuto una persona trans che lavorasse in università?
– Nessuna che osasse sollevare la questione, perlomeno.
– Forse pensano che essere persone trans sia una cosa da ragazz*, che poi da adult* ti passa…
– Mannò, è che una volta finita l’università, ammesso che la finisci, non puoi andare a battere come tutte le altre trans? Che ci fai a lavorare all’università?
– Ecco, non ti dico se sei una persona trans assegnata femmina alla nascita: manco esisti, al massimo sei lesbica, una butch, e te lo fai bastare. Comunque, questa dice che insomma non è previsto l’alias e di rivolgersi a un altro tizio che si occupa di gestire le credenziali di accesso. Allora la responsabile di Marta scrive a ‘sto tizio. Il tipo si vede recapitare la patata bollente e invece di cambiare ‘sto pugno di lettere e chiudere la questione che fa?
– Che fa?
– Lancia la patata bollente sulla scrivania del mega responsabile dell’appalto.
– E quindi?
– Aspe’ che cambiamo visualizzazione nel paiolo. Passami luffa e mascobado che cancelliamo questa. Nel frattempo i giorni passano, Marta viene chiamata a fare delle sostituzioni e rimbalza su posti di lavoro diversi. A volte ritorna in posti in cui è già stata, ma va anche in posti nuovi.
Ogni volta che accede a un pc, sullo schermo viene scritto gigantesco il suo deadname. I computer dell’università sono lenti, a caricare un profilo ci mettono minuti e minuti. Ogni volta che va in un posto nuovo viene presentata con questa gigantesca insegna luminosa: LUI È MARTINO BATTIATO!
– Hai un bel dire che ti chiami Marta…
– Ma ha avuto questioni?
– Una collega si è messa a commentare che Martino non è male e poteva tenersi Martina o almeno Marina, e che Marta è troppo serioso e fa anche un po’ vecchia…
– La gente non si fa mai cazzi suoi…
– … e poi un paio di scambi un po’ ruvidi con un collega eterocis che la misgendera di continuo e quando e se si scusa fa la toppa peggio del buco.
– Ma sei un promoter dell’azienda trasporti?
– Perché?
– Qui il paiolo è su un pullman.
– Ah, sì, il 555, ora ci arriviamo. I giorni passano, il disagio aumenta, e qui siamo proprio quel giorno lì che Marta ha ‘sto scambio di battute con il collega problematico, uno di quelli che fa la punta al cazzo con il regolamento, di quelli “che splendidi esseri le donne” purché stiano nel recinto assegnato. Il tipo non solo la misgendera, ma fa il finto tonto e se Marta chiede di usare il femminile fa l’offeso…
– Che odio.
– Misogino oltre che trasfobico.
– Ma le due cose non vanno sempre a braccetto?
– Oh, mi state facendo perdere! E quanto ci vuole a raccontare se mi interrompete sempre?
– Ma guarda che questa volta è lei!
– Stavo solo empatizzando!+
– Siete tutte e due. Datemi il tempo che qua è sottile, è fra Kafka e Fantozzi la situazione. Allora, il disagio aumenta e, prima ancora di cioccare con il tipo, scrive una mail di sollecito sia alla sua responsabile diretta, quella che già si sta smazzando la questione, che alla responsabile dell’appalto da parte della cooperativa e dice una cosa tipo: «se guardate al regolamento per le carriere alias al punto 2 dice che bisogna rivolgersi al CUG…»
– Cos’è?
– Uff! Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni.
– Parlapà!
– Consiglia di scrivere al CUG e dice che scriverebbe anche lei al CUG, ma non vuole scavalcare nessun*.
– Ma che cazzata! Che scriva lei!
– Certo che non capisci un cazzo. Marta è appena arrivata, non ha un contratto, per l’università è una illustrissima signora nessuno, che potere ha di chiedere e negoziare? Ha usato questa formula un po’ passivo-aggressiva per invitare la cooperativa a muovere il culo.
– E loro?
– La responsabile dell’appalto ha risposto che non si sentirebbe scavalcata per niente, di fare pure…
– Vabbè, no comment.
– E le ha telefonato per dirle che non c’è nessuna intenzione discriminatoria, è solo che l’università è una macchina farraginosa e ci vuole tempo.
– Il fatto è che la discriminazione è strutturale.
– Infatti. Torniamo sul 555.
– Che faccia depressa!
– È la giornata in cui ha avuto lo scambio con il collega duro di comprendonio e sta scrivendo un messaggio alla responsabile dei turni per avere notizie, per sapere se la sua pratica procede.
– E procede?
– Guarda e ascolta.
– Chi è questa tizia che le parla?
– È la sua responsabile dei turni. Casualmente è sullo stesso pullman. Ascolta

«Ti stavo per rispondere e poi ho alzato lo sguardo e ti ho vista. Prendi sempre questo?»
«Solo ogni tanto. Stasera vado dal mio ragazzo.»
«Io scendo in corso ***.»
«Io a quella prima di piazza ***, ma devo stare attenta, ho già sbagliato fermata un po’ di volte.»
«Dimmi tutto.»
«Mannò, così, per curiosità professionale diciamo, volevo sapere cosa sta succedendo con ‘ste credenziali.»
«Allora adesso la vicenda è arrivata sulla scrivania del mega responsabile dell’appalto. È quello che valuta se la cooperativa osserva tutte le norme fissate nel capitolato e che valuta il nostro operato. Meglio che non mi esprima sul suo. Comunque, lui si è visto recapitare questa richiesta e ha fatto una telefonata al veleno perché nessuno lo aveva informato della tua presenza. Di cosa avremmo dovuto informarlo?»
«Della presenza di una persona trans evidentemente. Che figura ci fa l’università a mettere a contatto con l’utenza una persona trans? Vedrai che per il prossimo capitolato mette la clausola che non ci devono essere fenomeni da baraccone in servizio.»
«È assurdo. Comunque dice che siccome nessuno lo ha informato lui adesso di questa cosa se ne lava le mani…»
«Comodo.»
«E poi, gravissimo secondo me, ha detto che non dobbiamo nemmeno sognarci di rivolgerci al CUG.»
«Perché?»
«Perché noi non siamo alle dipendenze dell’università, ma della cooperativa, non abbiamo diritto a interpellare un organo dell’università.»

– Che stronzo!
– Figurati Marta, che ufficialmente non è nemmeno alle dipendenza della cooperativa, che ha firmato una lettera di incarico che dice che lei è una lavoratrice autonoma e che si gestisce da sé e non prende ordini da nessuno, il tutto scaricando la cooperativa da ogni responsabilità, anche in caso di infortunio, invalidità permanente, morte…
– È chiaro che quella diceva che non si sarebbe sentita scavalcata.
– Ma tutta ‘sta sbatta a fronte di quale stipendio?
– Eh, dipende da quante ore riesce a fare, da quante persone si assentano dal lavoro.
– Sì, ma quanto prende all’ora?
– Sei euro e quaranta centesimi. Oggi si è mossa per diciannove euro e venti.
– E come è finita?
– Non è finita. A quaranta giorni esatti dalla prima richiesta di cambiare le credenziali non sono riusciti ancora a fare ‘sto lavoro da cinque minuti.
– Ma perché?
– La sottoposta del megadirettore generale ha girato lei la questione al CUG – ma qui non sono sicuro, sono cose che non vedo con il paiolo, sono le informazioni lacunose che arrivano a Marta – e pare che abbiano aperto due tavoli di discussione. Uno per appurare se estendere l’alias anche a chi lavora nell’università e l’altro per decidere se estenderlo anche al personale esternalizzato.
– Mi fa male la testa.
– La responsabile dell’appalto della cooperativa ha scritto a Marta che dovrebbe essere contenta perché è lei che apre la strada, ma che dubita che il tutto si sblocchi prima di natale, ma non si sa mai.
– E Marta?
– Ha detto che è più facile che si faccia vivo Babbo Natale.

Le weird sisters si incazzano un po’

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