La differenza fra odio e paura. Domande e appunti

Paura: a. Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e  di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso […]. b. Con significato attenuato: stato d’animo abituale, o condizione costante, di timore e di apprensione

Odio: Sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui […]

Entrambe le definizioni vengono dalla versione web del vocabolario Treccani.

La seconda modifica riguarda il termine transfobia. L’ho soppresso in quasi tutte le occorrenze. Si può patire di aracnofobia, di agorafobia, io per me sono abbastanza acrofobica. Il sentimento d’odio nei confronti delle persone trans (e di quelle straniere, razzializzate, non etero, non uomo e via dicendo) ritengo sia meglio non ridurlo a una affezione psichica: non ci fa comodo patologizzare nemmeno questo aspetto del fenomeno. In attesa di trovare qualcosa di meglio uso «transnegatività».

Questo invece, più modestamente, l’ho scritto io in coda a Contro la politica delle briciole (Tamu, 2025) e, alla luce delle notizie di questi giorni, mi pare importante ribadirlo: il sentimento che la società patriarcale (del quale questo governo è manifestazione purissima) nutre per le persone trans è odio e si traduce in negazione, ostruzionismo e contrasto. L’ultimo episodio di questo agire è il cosiddetto “DDL disforia”.

Le analisi di queste ore si concentrano sul controllo, sulla severità, sulla schedatura. A me sembra importante aggiungere alcune domande e pochi appunti a corredo di quelle riflessioni. Continua a leggere

Un tentativo necessario. Appunti sintetici sulla chiusura della collana Quintotipo e sulle forme della riflessione femminista scritta

Questa persona amica ha voluto darmi prova che la sua è stata davvero una lettura immersiva

Quintotipo, la collana di UNO (1), oggetti narrativi non identificati, della casa editrice Alegre, ha chiuso i battenti nel maggio scorso. Oggi, nel decennale della prima uscita, Wu Ming 1 – che l’ha ideata e, insieme a Pietro De Vivo, diretta – ne traccia un bilancio.
In quella schiera di narrazioni sghembe in cui Storia e storie osano la via del molteplice anche io ho lasciato tracce. A fine 2021 la collana ha ospitato il mio Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi e, nel maggio 2023, tre anni di lavoro a tre teste tre cuori tre coppie di mani ha prodotto Se vi va bene bene se no seghe, tentacolare biografia dialettica di Valerio Minnella.
Oggi, fra le righe delle valutazioni di chiusura, Wu Ming 1 stila una selezione di testi che, anche a distanza di anni dalla pubblicazione, rimangono inequivocabilmente UNO . Fra questi anche Senza titolo di viaggio. Colgo l’occasione per mettere giù pochi appunti che mi riprometto di ampliare non appena ne avrò tempo e forze.

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Fuori dal centro. Considerazioni e prossime date

Fin da bambina/bambino, da intolleranti culture
hai imparato la paura di sbagliare.
Esiste un centro “Non ti avventurare
Al di fuori di questo” c’è chi dice “Non ti avventurare”.
Spegni la luce, a domani che è tardi,
c’è chi vigila e controlla i tuoi passi
Ak47 – Spigoli di luce

A organizzare un pride in una grande città, anche in assenza dei tanto decantati patrocini, sono capaci, se non proprio tutt3, in tant3. Organizzarlo nelle periferie dell’impero ci vuole una dose decisamente maggiore di coraggio e intraprendenza. Il collettivo transfemminista Provincia.lotta ha mostrato di avercene e per il 25 giugno ha organizzato a Cirié (TO) la seconda edizione del Pride di provincia.
Nel corso della manifestazione Sei trans? ha letto un intervento in cui mi riconosco tantissimo e desidero segnalare per intero.

Siamo le persone di Sei Trans, un gruppo informale di persone trans e alleat che si vede e compie azioni nel capoluogo di questa regione.
La quasi totalità di noi però proviene dalle province. Qualcunx ancora ci vive.
Non siamo un’eccezione, una volta tanto costituiamo la regola: i coaguli di persone frocie infatti e gli stessi quartieri queer delle città – se li leggiamo attraverso la lente della provenienza geografica – si rivelano nient’altro che gruppi e zone con alta concentrazione di persone provinciali.
Arriviamo nelle città, nelle capitali dell’impero, per studiare, per lavorare, per sfuggire a controlli famigliari e sociali asfissianti, alla carenza e più spesso all’assenza di paradigmi diversi da quello binario, etero e cis e a modelli patriarcali, feroci e opprimenti esattamente come quello del neoliberalismo avanzato, e difficilmente affrontabili in solitudine.
Veniamo da luoghi in cui avviare e condurre percorsi di affermazione di genere è spesso impossibile, dove la sanità – a causa dei tagli e dell’accentramento delle struttura di cura – è, nel migliore dei casi, inefficiente, dove abortire è ancora più difficile che in città, dove occuparsi della propria salute sessuale e riproduttiva è impresa ardua.
Quei servizi essenziali che talvolta troviamo in città però non sono il frutto della benevolenza e dell’opulenza dello stato e del capitale, ma sono il frutto delle lotte.
Laddove le persone femministe sono maggiormente concentrate riescono ad attivare mobilitazioni e pressioni e a strappare brandelli di quella cura della nostra salute e dei nostri corpi che desideriamo e meritiamo di prenderci.
I poteri statali ed economici si comportano coi territori periferici come si comportano con le persone frocie. Il pendolo del loro interesse oscilla in continuazione fra il polo dell’abbandono, della cancellazione e dello sfruttamento e quello della colonizzazione e della messa a profitto.
Così come le persone frocie possono far comodo nel mese del pride per far cassa e accalappiare voti, così i territori diventano appetibili quando possono trasformarsi in mete turistiche, divertimentifici, ricettacoli di asfalto e cemento, al di là e spesso a dispetto dei desideri e dei bisogni di chi ci vive.
Non è la solidarietà che ci spinge a essere qui oggi, con Provincialotta, a questo pride periferico siamo parte dello stesso margine. Abbiamo anche noi quello sguardo obliquo e diffidente di chi viene da fuori, di chi ha messo in conto di migrare, di chi vive di pendolarismo. Sappiamo perfettamente cosa significa vivere lontano dalla possibilità di avviare percorsi di affermazione di genere; conosciamo l’estrema difficoltà di sperimentarci nei nostri corpi; abbiamo già vissuto lo stigma, l’esclusione e gli ostacoli posti a quelle relazioni che non sono previste nell’ordinamento eterocispatriarcale. Noi oggi siamo qui perché sappiamo che in questi margini che sono geografici e sono sociali, che corrispondono a luoghi fisici, a relazioni e a corpi c’è vita e ci sono soggettività e piccole comunità che resistono e lottano. Ne siamo parte e insieme sogniamo quella coalizione e quella capacità di fare rete che è la sola premessa al contrattacco.
Di questa marginalità facciamo tesoro e ci adoperiamo per farla diventare il segno di quel mondo altro che desideriamo.

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Voce, ukulele e quel disagio che spero mi trasformi. Esibizioni, presentazioni, registrazioni, appunti

31 marzo 2023, Campi Bisenzio, Stabilmenti ex GKN. Filo (a sinistra) con Marte Manca e Francesca. Foto Livi Scarpellini

Primo
L’approdo finale – ammesso che abbia senso parlare di qualcosa di definitivo – non è la costruzione di un’identità working class. A un certo punto, di questa vecchia/nuova/rinnovata etichetta non ce ne facciamo un bel niente se il solo uso che ci viene in mente è appuntarcela al bavero. Ci serve invece nominarci per fare delle cose, uscire dalle prospettive corporativistiche e capire: chi è classe lavoratrice, cosa fa la classe lavoratrice, cos’è classe e cos’è lavoro. Ci serve guardarci, contarci, riconoscerci in qualcosa di più ampio e più potente di ciò che sta nelle narrazioni e figurazioni della classe padronale.
Ogni volta che ci troviamo insieme, poi, ci dobbiamo porre quegli interrogativi che ci dicono essere fuori dalla nostra portata. Produrre? Fornire servizi? Depredare materie prime? Estrarle? Raffinarle in prodotti? Colonizzare e devastare nuovi territori? Governare secondo nuovi algoritmi? Vendere? Distribuire? Come si fanno tutte queste cose? A beneficio di quali soggetti? A detrimento di cosa? In sofferenza di chi?
E ancora domande: in che relazione rimaniamo con le risorse, con gli esseri viventi, con gli animali non umani, con le persone che condividono la nostra stessa classe sociale, con chi ha ancora meno potere di noi, con chi detiene i mezzi di produzione, con lo stato?
Sono domande, credo, che abbiamo ancora bisogno di porci. Domande alle quali, per fortuna, non ho risposte individuali. So solo che, come tante altre persone, ho bisogno di parlarne. Nel frattempo, quello che continuo a fare nel mio piccolo è continuare a lavorare sugli immaginari: il contrasto ai “non c’è alternativa”, la critica a tutti washing (verdi, rosa, fuxia, arcobaleno), il pericolo della segmentazione, il dogma del progresso, l’inganno delle predestinazioni e dei destini, la gioia della molteplicità meritano l’impegno di tante intelligenze e sensibilità diverse.

Qui trovate quasi tutte le registrazioni degli incontri al Festival della letteratura working class organizzato dal Collettivo di fabbrica della GKN e dalla casa editrice Alegre. In mezzo c’è anche la mia voce, in dialogo con quella di Marte Manca.

Secondo
In questi giorni va in stampa Se vi va bene bene se no seghe, l’autobiografia politica di Valerio Minnella. In copertina, sotto il suo nome, accanto a quello di Wu Ming 1, che del progetto è principale promotore, c’è anche il mio. Nella postilla al volume mi sono definita una manovale della letteratura. Mi pare che sintetizzi efficacemente non solo ciò che ho fatto per questo libro, ma anche un’attitudine mia che si affianca a quella di cantastorie punk.
Qui molte anticipazioni sul contenuto. Uscirà nel mese di maggio per l’editore Alegre. Continua a leggere

Un anno “Senza titolo di viaggio”, i passi della danza di oggi, i prossimi appuntamenti

Questa persona amica ha voluto darmi prova che la sua è stata davvero una lettura immersiva

Il 9 dicembre casca l’anniversario di uscita di Senza titolo di viaggio. Questo libro che non è un memoir, non è un romanzo, non è un saggio, non è una sceneggiatura di musical, non è un collage di aneddoti, non è critica queer, non è un catalogo di letteratura fantastica e nemmeno di canzoni straccione. Non è nessuna di queste cose perché è anche ognuna di queste cose. È – programmaticamente – quell’anche, sceglie di muoversi  in quell’anche. È congiunzione e articolazione. È quello spazio di mezzo in cui c’è aria respirabile e possibilità di tendersi la mano o qualsiasi altra parte del corpo che permetta di tastare, conoscere, stare insieme. E quindi oltre i binarismi – per esempio le contrapposizioni serio-faceto, riflessione-narrazione, singolare-plurale, alto-basso, pop-underground, naturale-artificiale, Stanlio-Ollio –, spinta dalla solita urgenza punk, ho unito pezze di teoria queer, brandelli di esperienze, strisce di conversazioni, trame di storie, fibre di pensiero radicale con l’obiettivo di farci una fune. Il tentativo era di farla lunga abbastanza e resistente il giusto per calarsi giù dalla cella in cui le nostre istanze sono richiuse. Questa che ho fatto non è la fune definitiva, perché non c’è una fuga definitiva, né una sola cella, né una fune che possa essere rivendicata da una sola persona. Le nostre fughe sono/continuano a essere un movimento antitetico a quello diretto dal capitale e dagli stati nazione. Quel movimento che è l’eterna ricombinazione modulare e seriale di omologazione, intruppamento, messa a reddito, atomizzazione, dispersione. Il nostro movimento invece è composito e multilivello, un’articolazione complessa. Oggi ipotizzo che sia composto di Continua a leggere