Camurrius3 (più un avviso per i prossimi mesi)

Venerdì scorso, il 1 settembre, sono intervenuta all’Umana² Festival, a Patti (ME). Ringrazio ancora tantissimo Gea Di Bella e Sirio che mi hanno accompagnata, sostenuta e hanno intrecciato le loro voci nel dialogo con chi ha organizzato la manifestazione. Meno di quarantotto ore prima di partire per la Sicilia ho sentito il bisogno di parole/azioni che premettessero la nostra presenza. Ho condensato questa esigenza in Camurrius3, una fanzine composta in una manciata di ore e con mezzi fortuna. Le persone di Umana² sono state così gentili da stamparla e renderla disponibile per chi era presente alla serata.
Voi invece trovate Camurrius3 qui, liberamente scaricabile.

Da sinistra Sirio, Filo, Gea a colloquio con Antonio (ultimo a destra) di Umana2

Questo il breve testo che la introduce: Continua a leggere

Fuori dal centro. Considerazioni e prossime date

Fin da bambina/bambino, da intolleranti culture
hai imparato la paura di sbagliare.
Esiste un centro “Non ti avventurare
Al di fuori di questo” c’è chi dice “Non ti avventurare”.
Spegni la luce, a domani che è tardi,
c’è chi vigila e controlla i tuoi passi
Ak47 – Spigoli di luce

A organizzare un pride in una grande città, anche in assenza dei tanto decantati patrocini, sono capaci, se non proprio tutt3, in tant3. Organizzarlo nelle periferie dell’impero ci vuole una dose decisamente maggiore di coraggio e intraprendenza. Il collettivo transfemminista Provincia.lotta ha mostrato di avercene e per il 25 giugno ha organizzato a Cirié (TO) la seconda edizione del Pride di provincia.
Nel corso della manifestazione Sei trans? ha letto un intervento in cui mi riconosco tantissimo e desidero segnalare per intero.

Siamo le persone di Sei Trans, un gruppo informale di persone trans e alleat che si vede e compie azioni nel capoluogo di questa regione.
La quasi totalità di noi però proviene dalle province. Qualcunx ancora ci vive.
Non siamo un’eccezione, una volta tanto costituiamo la regola: i coaguli di persone frocie infatti e gli stessi quartieri queer delle città – se li leggiamo attraverso la lente della provenienza geografica – si rivelano nient’altro che gruppi e zone con alta concentrazione di persone provinciali.
Arriviamo nelle città, nelle capitali dell’impero, per studiare, per lavorare, per sfuggire a controlli famigliari e sociali asfissianti, alla carenza e più spesso all’assenza di paradigmi diversi da quello binario, etero e cis e a modelli patriarcali, feroci e opprimenti esattamente come quello del neoliberalismo avanzato, e difficilmente affrontabili in solitudine.
Veniamo da luoghi in cui avviare e condurre percorsi di affermazione di genere è spesso impossibile, dove la sanità – a causa dei tagli e dell’accentramento delle struttura di cura – è, nel migliore dei casi, inefficiente, dove abortire è ancora più difficile che in città, dove occuparsi della propria salute sessuale e riproduttiva è impresa ardua.
Quei servizi essenziali che talvolta troviamo in città però non sono il frutto della benevolenza e dell’opulenza dello stato e del capitale, ma sono il frutto delle lotte.
Laddove le persone femministe sono maggiormente concentrate riescono ad attivare mobilitazioni e pressioni e a strappare brandelli di quella cura della nostra salute e dei nostri corpi che desideriamo e meritiamo di prenderci.
I poteri statali ed economici si comportano coi territori periferici come si comportano con le persone frocie. Il pendolo del loro interesse oscilla in continuazione fra il polo dell’abbandono, della cancellazione e dello sfruttamento e quello della colonizzazione e della messa a profitto.
Così come le persone frocie possono far comodo nel mese del pride per far cassa e accalappiare voti, così i territori diventano appetibili quando possono trasformarsi in mete turistiche, divertimentifici, ricettacoli di asfalto e cemento, al di là e spesso a dispetto dei desideri e dei bisogni di chi ci vive.
Non è la solidarietà che ci spinge a essere qui oggi, con Provincialotta, a questo pride periferico siamo parte dello stesso margine. Abbiamo anche noi quello sguardo obliquo e diffidente di chi viene da fuori, di chi ha messo in conto di migrare, di chi vive di pendolarismo. Sappiamo perfettamente cosa significa vivere lontano dalla possibilità di avviare percorsi di affermazione di genere; conosciamo l’estrema difficoltà di sperimentarci nei nostri corpi; abbiamo già vissuto lo stigma, l’esclusione e gli ostacoli posti a quelle relazioni che non sono previste nell’ordinamento eterocispatriarcale. Noi oggi siamo qui perché sappiamo che in questi margini che sono geografici e sono sociali, che corrispondono a luoghi fisici, a relazioni e a corpi c’è vita e ci sono soggettività e piccole comunità che resistono e lottano. Ne siamo parte e insieme sogniamo quella coalizione e quella capacità di fare rete che è la sola premessa al contrattacco.
Di questa marginalità facciamo tesoro e ci adoperiamo per farla diventare il segno di quel mondo altro che desideriamo.

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Evasione e ri-organizzazione. Due canzoncine e un avviso per l’estate

Era il 7 maggio
giorno delle elezioni
e i primi risultati
giungan dalle prigioni

Mi sarebbe piaciuto uscire oggi con un lungo post di considerazioni politiche ad ampio spettro. Me ne manca il tempo e le energie. Resto nella mia zona di comfort e me la cavo con due cover registrate al volo con la consueta approssimazione.

La prima è La ballata di Franco Serantini. Oggi cadono i cinquant’anni di quell’omicidio. La storia è esemplare: una contestazione al comizio del missino Beppe Niccolai viene repressa dalla polizia con la consueta brutalità che accompagna in Italia le rivendicazioni di giustizia dal basso. La celere arresta e pesta a sangue un ventenne, Franco. Pare il ritratto della vittima predestinata, orfano, senza famiglia, con una storia di istituzionalizzazione nelle strutture in cui lo stato chiude le persone che sollevano problemi a cui questo ordinamento sociale non sa rispondere.
Il testo è del Canzoniere del proletariato e viene cantato sulle note di Le ultime ore e la decapitazione di Caserio. Fra i canti che ricordano quel tragico episodio del 1972, questo è il mio preferito. Ecco un piccolo compendio delle ragioni di questa predilezione: Continua a leggere

Su questo lungo viaggio senza titolo. Onde, frequenze, voci, registrazioni, pieghe e membrane in movimento

shtchzsch
rumore bianco
zschshtchz
elettricità statica
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in cerca di sintonia

Bologna, 26 febbraio 2022. Presentazione congiunta di “Senza titolo di viaggio” e “LGBTQIA+. Mantenere la complessità” (Eris, 2022). Da sinistra l’autrice Antonia Caruso, Chià Rinaldi della collettiva Switch e me. Foto di Carlo Dojmi De Lupis

Il tour di Senza titolo di viaggio ha già macinato chilometri e – se vogliamo giocare ai calembour anche in momenti così drammatici – sembra quasi paradossale che un inno alla demolizione del binarismo di genere si muova così spesso sui binari ferroviari. Risulta invece particolarmente appropriato che la maggior parte delle parole che sono rimaste registrate fino a questo momento intorno a questo libro non siano leggibili con gli occhi ma ascoltabili con le orecchie.
Ecco i podcast dedicati in ordine di registrazione: Continua a leggere

Cantu e cuntu. Affinità fra una canzone di Rosa Balistreri e Senza titolo di viaggio

Rosa Balistreri

Stamattina ho accompagnato mia figlia a scuola, poi di corsa a casa e – a voce fredda, dita ghiacciate dalla pioggia novembrina, senza l’ausilio di un goccio di vino – ho registrato “buona la prima” una cover di Rosa canta e cunta, la canzone manifesto di Rosa Balistreri. Mi è venuta così così e con una mezza risata a commentare una cappella: avevo i minuti contati per andare a lavoro. Comunque, eccola qua:

Quel testo, quella canzone, la voce con cui la canta Balistreri obliquamente dicono qualcosa di questo libro mio, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, che uscirà ufficialmente il prossimo 9 dicembre. Cantu e cuntu significa canto e racconto, proprio ciò che si fa con le “canzoni” e le “storie” menzionate nel sottotitolo, mi piace pensare che anche questo libro stia nel mio lavoro di punkastorie, di cantastorie punk. La prospettiva è dal basso, come il testo, la voce e l’arrangiamento di quella canzone. Ma le convergenze non si fermano qui:

Stasira vaju e corru cu lu ventu a grapiri li porti della storia

Corre con il vento Rosa, sotto la spinta dell’urgenza. Così è stato per me. A gennaio scorso avevo tutti degli altri progetti di scrittura. Avrei voluto mettere mano al copione del mio Il decoro illustrato per aggiornarlo alla luce delle nuove vicende pandemiche, avrei voluto lavorare a una appendice a La mostruositrans da allegare a un’autoproduzione cartacea di Mostre & Fiere, avrei voluto scrivere un racconto di sci-fi speculativa e altro ancora, ma i miei piani si sono scombinati tutti. Le vicissitudini di quotidiana transfobia di stato mi costringevano a guardare altrove.

Vivevo in questa situazione in cui – forse per la prima volta – l’omolesbobitransfobia era diventata di colpo un tema da prima pagina dei giornali, ma questo non migliorava nemmeno un briciolo la vita delle persone frocie e anzi – me ne veniva fortemente il sospetto – c’era il rischio che quasi la peggiorasse. Il dibattito intorno al ddl Zan mi sembrava asfittico, così come quello, decisamente minoritario, sorto in quei mesi di inizio 2021, intorno alle carriere alias per le persone trans e non binary.

Ho sentito che dovevo farlo, dare una forma alla selva di sentimenti, passioni, riflessioni che mi si agitavano dentro. Ho cominciato a scrivere ciò che mi stava succedendo sul posto di lavoro in quanto persona trans – un apologo fra Kafka e Fantozzi in salsa gender – affiancato a un tentativo di analisi transfemminista del dispositivo transfobico strutturale. Ne è venuto fuori un lungo pezzo, quasi centomila battute, che doveva apparire on line in due puntate su Giap, il blog della Wu Ming Foundation, il 14 aprile 2021: trentanovesimo anniversario della legge 164/1982, “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”. Continua a leggere