Buon anno, ragazzx e ragazzx

Farsi spazio nelle e con le contraddizioni. Una sentenza che può far comodo

un certo tipo di carta ben alimenta un certo tipo di fuochi

Il 20 dicembre scorso ho ricevuto la telefonata dell’avvocato che mi ha accompagnata in tribunale per il mio cambio anagrafico. Questa volta aveva il sorriso nella voce.

– Filo! Ho qui davanti la sentenza. Tutto a posto. Hanno accolto tutte le nostre richieste.
– Olè! Non ci speravo quasi più.

Proprio in quei giorni, a oltre un anno dalla presentazione della domanda in tribunale, a quarantatré mesi dall’avvio ufficiale del mio percorso di affermazione di genere, decisa a sottrarmi a ogni altro ulteriore esame, prendevo informazioni sulla procedura per sostituire il nome che mi è stato assegnato alla nascita con “Filo”. Pazienza per “mena” e affanculo al genere. Si può fare in anagrafe con una marca da bollo, senza avvocati, perizie, relazioni, giudici, tribunali, scartoffie, una cosa relativamente semplice. Infatti è un’opportunità pensata per le persone cisgender: non dà diritto a interventi chirurgici mutuabili, lascia inalterato il genere imposto e preclude nomi diversamente genderizzati. Sono fortunata, non ce n’è stato bisogno, mi è andata bene. Dopo lungo penare la giudice si è convinta: sono Filomena anche per lo stato italiano.
– Adesso cosa succede? Continua a leggere

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Melologos. Un laboratorio di fonologia narrativa. Un progetto di Bhutan Clan & Wu Ming. Crowdfunding!

Bruce Botnik nel 1967 durante le sessioni di registrazione di Strenge days dei Doors

Ho cominciato a desiderare di stare in una band quando avevo quindici anni. Sì, avevo già iniziato a scrivere testi per canzoni, ma la fascinazione che mi spinse a procurarmi un prontuario per gli accordi, spolverare la vecchia chitarra classica recuperata in uno sgombero casalingo e cominciare a scassare le gonadi alle miei amicx affinché cominciassimo a suonare insieme non era solo musicale. Complice il discutibile film di Oliver Stone, mi ero presa una cotta adolescenziale per i Doors. La cosa si era aggravata quando in un bootleg trovato in una fossa comune di musicassette special price avevo scovato questa lunga suite intitolata The celebration of the lizard. Quel miscuglio di poesia, teatro e canzone mi aveva incendiata a dovere.

Riempivo quaderni di ballate, monologhi, copioni e sceneggiature e sentivo che la destinazione finale di quei testi non era la carta stampata, ma il palco: parola viva e sonante pronunciata, declamata, recitata, urlata, cantata davanti a un pubblico. Nei miei appunti su quelle messinscena figurava immancabilmente una band dal vivo. All’inizio partì sghemba: furono solo canzoni e io stavo zitta. L’occasione venne nel 1996, con la mia terza band, i Disperazione. Fui finalmente dispensata dal suonare la chitarra che non era cosa mia, mi piazzai davanti al microfono e, oltre a sbraitarci dentro, iniziai a sperimentare dei monologhetti su pedale che si incistavano nel corpo delle canzoni. Continua a leggere

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Troia Brucia. Un articolo di Wolf Bukowski sulla deriva sbirresca

disegno di Martina Di Gennaro

Nel giorno stesso in cui entrava in vigore, dalla mia prospettiva di persone trans, uscivo con un aneddoto ancora fumante sul green pass . Tuttavia, fin da subito e con i miei mezzi, cercavo di allargare il discorso e dare un giudizio globale sul dispositivo:

Ora, quella di istituire il green pass è ovviamente una decisione di merda. Una classe dirigente che in diciotto mesi non è stata in grado di prendere un solo provvedimento nella direzione dell’ampliamento dell’assistenza sanitaria né della protezione delle fasce più deboli, copre le sue enormi responsabilità impedendo alle persone di andare a lavorare, studiare, viaggiare, frequentare i luoghi della cultura, dell’intrattenimento e della socialità. Gli ultimi due governi si sono distinti – la cosa purtroppo non sorprende – per il cinismo e lo zelo con i quali hanno continuato a fare gli interessi del grande capitale, di Confindustria, e seguitato ad alimentare la paranoia, a rendere capillare la cultura del controllo e a diffondere il virus della sbirraggine. La pandemia, per qualcuno, si è rivelata un grandissimo affare.

In questi  tre mesi, ogni volta che ne ho avute le energie, ho messo su teatrini e piantato casini a ogni richiesta di esibire il lasciapassare. Ci ho guadagnato qualche litigata, Continua a leggere

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La lingua è anche un luogo di lotta. In grato ricordo di bell hooks (1952 – 2021)

Ci hai lasciat9 ieri, sorella. Ti ho incontrata per la prima volta per caso, quando avevo deciso di portare sul palco un monologo su Madonna. Le tue riflessioni hanno reso più appuntite, sincere e doloranti le idiozie che avevo scritto: grazie. Grazie per avermi permesso di mettere a fuoco fenomeni sui quali i miei deboli occhi scivolavano come su una lastra di ghiaccio e grazie delle parole con cui mi hai incendiata. Grazie per le direzioni che mi hai indicato e per i tratti di strada in cui – a tua insaputa – mi hai tenuta per mano.
In Senza titolo di viaggio sei abbondantemente citata, ma del secondo atto sei proprio nume tutelare e ho osato fare una vera e propria cover di un passo di Elogio del margine. Fa così.

Grazie sorella, la mia gratitudine e il mio abbraccio ti raggiungano ovunque tu sia.

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Un’ostentata e deliberata finzione. Recensione di due atti unici di Eduardo De Filippo con la regia di Carlo Cecchi

“‘A morte dint’o lietto ‘e Don felice”, Granteatro, 1978

Mia figlia fin da piccolissima indicava una foto che c’è in casa e chiedeva chi fossero le persone ritratte. L’immagine è in bianco e nero e inquadra un palcoscenico. Cattura un momento della ripresa del 1978 di ‘A morte dint’o lietto e Don Felice di Antonio Petito portata in scena dal Granteatro. Da sinistra appaiono Toni Bertorelli nei panni di Felice Sciosciammocca, Gigio Morra, al centro, con la maschera di Pulcinella e Carlo Cecchi – Cardillo in quell’occasione – che di quella compagnia era regista oltre che attore.
Non è un caso che quella istantanea stia in una delle case che attraverso. È una copia di una foto che trovai al Centro studi del Teatro stabile di Torino mentre scrivevo la mia tesi di laurea proprio su quel testo di Petito, portato in scena dal Granteatro nel 1974 e nel 1978.
Carlo Cecchi, tuttavia, non è stato solo l’oggetto della mia tesi. Sebbene ci abbia parlato vis à vis una volta sola, per me, attraverso la visione dei suoi spettacoli e l’analisi delle sue (poche) dichiarazioni, è divenuto un maestro di teatro. Per inciso, mi rendo conto solo oggi che ho cominciato a fare le mie cose da sola proprio nel momento in cui studiavo il suo modo di recitare, di mettere in scena spettacoli e di lavorare sui testi.
Cecchi sta per compiere ottantatré anni, gli auguro lunga vita e di calcare le assi dei palchi finché ne ha voglia, ma a questo punto, per noi che ne ammiriamo l’arte, ogni lasciata è persa: quando ho visto che una sua produzione passava da Torino ho sentito forte l’urgenza di tornare a vederlo in scena e portarci anche mia figlia. Continua a leggere

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