Gertrude contro tutti. Prima verifica in scena dei materiali del nuovo spettacolo

Carlo Cecchi in “La dodicesima notte”

Rifiuto, poiché non è nel teatro, che un regista decida che cosa quelle pagine significhino, e lo decida nella capa soja, e cioè non scopra attraverso gli attori in atto, cioè attraverso il gioco degli attori, non cos’è la verità di un testo, che non esiste, ma cos’è la realtà di un testo, giocato, played, in quel momento.

Lo ha detto nel 1997 l’attore e regista Carlo Cecchi in un’intervista curata da Piero Ferrero. Qui Cecchi polemizza con quel teatro di regia che decide a priori cosa andrà a scoprire in un testo, apparecchia tutti i codici dello spettacolo di conseguenza e soffoca il gioco e la relazione che si sviluppa sul palco fra chi recita, lx personaggy e il pubblico convenuto. Fra le righe viene fuori che per Cecchi il teatro si gioca e il testo drammatico è il regolamento che ci diamo. Giocare il testo è più importante di analizzarlo. La realtà ultima dello scopone scientifico non è il suo regolamento, ma la mano, la partita, l’interazione fra chi gioca e le carte che escono. Continua a leggere

Tutte le strade. Il decoro illustrato, quarta prova aperta

Genova. Foto di Cecilia Nessi

Tutte le strade sono nostre, amori miei.
Si può, come ha fatto il collettivo di Vag61 davanti al ricatto dell’amministrazione bolognese che metteva a bando lo stabile occupato da 15 anni, far buon viso a cattivo gioco e immaginarsi un gioco buono a illuminare il cattivo viso del potere.
Quella strada è nostra, perché tutte le strade sono nostre, amori miei.

Si può scendere da un tetto, dopo una giornata di lotta intensa, originale, rabbiosa, esaltante, avendo strappato una promessa alla brutalità dell’amministrazione bolognese. È la strada percorsa da quelle impuniti di XM24, una strada impervia perché l’odissea per lo spazio continua.
Anche quella strada è nostra, perché tutte le strade sono nostre.

Si può scegliere di mettere in chiaro un percorso artistico e politico, mostrarsi deboli, ancora impreparate, in costruzione, mutanti. È quello che ho scelto di fare con Il decoro illustrato. Continua a leggere

Quasi adatt*. Il decoro illustrato, terza prova aperta

Uno spettacolo è un organismo complesso. Le sue parti vanno connesse e devono potersi parlare, mettersi in dialogo fra di loro.
La settimana scorsa, al Vis Rabbia, ho presentato 55 minuti di Il decoro illustrato, quasi un’ora di frammenti. Ora, mentre con una mano vado completando sezioni mancanti, con l’altra sono alle prese con i collegamenti, e mi sento una centralinista nell’ora di punta delle chiamate.
Mi ci sento quasi adatta.
Vedrete come me la sto cavando domani al laboratorio autogestito Manituana di Torino.

Per ora un’anteprima: Continua a leggere

Novecentonovantanove. Il decoro illustrato, seconda prova aperta

La paranoia del furto. Stazione di Livorno

Il decoro illustrato muove i suoi primi e ancora malfermi passi. Sabato scorso a Casa Spartaco, in coda a un incontro sui temi de La buona educazione degli oppressi, presenti Wolf Bukowski, Marina Prosperi e Maria Elena Scavariello, ne ho provati una ventina di minuti in favore di pubblico, qualcosa di un po’ più strutturato rispetto a quello che è andato in scena il 27 settembre scorso sul palco del Molo di Lilith. In quella prima occasione – pare che abbia sfiorato le due ore! – avevo portato in scena letture, appunti e riflessioni ad alta voce: dal punto di vista dello spettacolo c’era davvero poco, giusto due monologhi e tre o quattro canzoni.

In queste settimane, aiutata dalla lettura/ascolto delle parole di Tamar Pitch, Didier Eribon e dall’ennesima immersione nel libro di Wolf, ho iniziato a concentrarmi sul lavoro drammaturgico. Quando questa estate pensavo a Il decoro illustrato immaginavo che potesse assomigliare a una collezione di cartoline dalla città decorosa. Continua a leggere

La gioia del rischio. Il decoro illustrato prima prova aperta

“Conoscere per agire”, di solito diciamo così, ma è solo una delle direzioni del processo. L’azione è sempre parte dell’atto cognitivo. E quindi, anche “agire per conoscere”.
Non riesco a ad adattarmi a quella prassi teatrale che, dalla scrittura alla prova generale, confeziona un prodotto da palco in separata sede e solo a lavori ultimati si presenta in pubblico.

In “Camion” Carlo Quartucci e la sua equipe pensavano al teatro come alle operazioni di carico-scarico di materiali.

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