Ci hai lasciat9 ieri, sorella. Ti ho incontrata per la prima volta per caso, quando avevo deciso di portare sul palco un monologo su Madonna. Le tue riflessioni hanno reso più appuntite, sincere e doloranti le idiozie che avevo scritto: grazie. Grazie per avermi permesso di mettere a fuoco fenomeni sui quali i miei deboli occhi scivolavano come su una lastra di ghiaccio e grazie delle parole con cui mi hai incendiata. Grazie per le direzioni che mi hai indicato e per i tratti di strada in cui – a tua insaputa – mi hai tenuta per mano.
In Senza titolo di viaggio sei abbondantemente citata, ma del secondo atto sei proprio nume tutelare e ho osato fare una vera e propria cover di un passo di Elogio del margine. Fa così.
Grazie sorella, la mia gratitudine e il mio abbraccio ti raggiungano ovunque tu sia.
“‘A morte dint’o lietto ‘e Don felice”, Granteatro, 1978
Mia figlia fin da piccolissima indicava una foto che c’è in casa e chiedeva chi fossero le persone ritratte. L’immagine è in bianco e nero e inquadra un palcoscenico. Cattura un momento della ripresa del 1978 di ‘A morte dint’o lietto e Don Felice di Antonio Petito portata in scena dal Granteatro. Da sinistra appaiono Toni Bertorelli nei panni di Felice Sciosciammocca, Gigio Morra, al centro, con la maschera di Pulcinella e Carlo Cecchi – Cardillo in quell’occasione – che di quella compagnia era regista oltre che attore.
Non è un caso che quella istantanea stia in una delle case che attraverso. È una copia di una foto che trovai al Centro studi del Teatro stabile di Torino mentre scrivevo la mia tesi di laurea proprio su quel testo di Petito, portato in scena dal Granteatro nel 1974 e nel 1978.
Carlo Cecchi, tuttavia, non è stato solo l’oggetto della mia tesi. Sebbene ci abbia parlato vis à vis una volta sola, per me, attraverso la visione dei suoi spettacoli e l’analisi delle sue (poche) dichiarazioni, è divenuto un maestro di teatro. Per inciso, mi rendo conto solo oggi che ho cominciato a fare le mie cose da sola proprio nel momento in cui studiavo il suo modo di recitare, di mettere in scena spettacoli e di lavorare sui testi.
Cecchi sta per compiere ottantatré anni, gli auguro lunga vita e di calcare le assi dei palchi finché ne ha voglia, ma a questo punto, per noi che ne ammiriamo l’arte, ogni lasciata è persa: quando ho visto che una sua produzione passava da Torino ho sentito forte l’urgenza di tornare a vederlo in scena e portarci anche mia figlia. Continua a leggere→
Stamattina ho accompagnato mia figlia a scuola, poi di corsa a casa e – a voce fredda, dita ghiacciate dalla pioggia novembrina, senza l’ausilio di un goccio di vino – ho registrato “buona la prima” una cover di Rosa canta e cunta, la canzone manifesto di Rosa Balistreri. Mi è venuta così così e con una mezza risata a commentare una cappella: avevo i minuti contati per andare a lavoro. Comunque, eccola qua:
Quel testo, quella canzone, la voce con cui la canta Balistreri obliquamente dicono qualcosa di questo libro mio, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, che uscirà ufficialmente il prossimo 9 dicembre. Cantu e cuntu significa canto e racconto, proprio ciò che si fa con le “canzoni” e le “storie” menzionate nel sottotitolo, mi piace pensare che anche questo libro stia nel mio lavoro di punkastorie, di cantastorie punk. La prospettiva è dal basso, come il testo, la voce e l’arrangiamento di quella canzone. Ma le convergenze non si fermano qui:
Stasira vaju e corru cu lu ventu a grapiri li porti della storia
Corre con il vento Rosa, sotto la spinta dell’urgenza. Così è stato per me. A gennaio scorso avevo tutti degli altri progetti di scrittura. Avrei voluto mettere mano al copione del mio Il decoro illustrato per aggiornarlo alla luce delle nuove vicende pandemiche, avrei voluto lavorare a una appendice a La mostruositrans da allegare a un’autoproduzione cartacea di Mostre & Fiere, avrei voluto scrivere un racconto di sci-fi speculativa e altro ancora, ma i miei piani si sono scombinati tutti. Le vicissitudini di quotidiana transfobia di stato mi costringevano a guardare altrove.
Vivevo in questa situazione in cui – forse per la prima volta – l’omolesbobitransfobia era diventata di colpo un tema da prima pagina dei giornali, ma questo non migliorava nemmeno un briciolo la vita delle persone frocie e anzi – me ne veniva fortemente il sospetto – c’era il rischio che quasi la peggiorasse. Il dibattito intorno al ddl Zan mi sembrava asfittico, così come quello, decisamente minoritario, sorto in quei mesi di inizio 2021, intorno alle carriere alias per le persone trans e non binary.
Ho sentito che dovevo farlo, dare una forma alla selva di sentimenti, passioni, riflessioni che mi si agitavano dentro. Ho cominciato a scrivere ciò che mi stava succedendo sul posto di lavoro in quanto persona trans – un apologo fra Kafka e Fantozzi in salsa gender – affiancato a un tentativo di analisi transfemminista del dispositivo transfobico strutturale. Ne è venuto fuori un lungo pezzo, quasi centomila battute, che doveva apparire on line in due puntate su Giap, il blog della Wu Ming Foundation, il 14 aprile 2021: trentanovesimo anniversario della legge 164/1982, “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”. Continua a leggere→
Sono state settimane molto intense e mi sono persa dei pezzi per strada. Due li recupero qui con l’aggiunta di alcuni importanti annunci.
Una dichiarazione di voto?
25 settembre 2021. “Mostre & Fiere” alla Casa del quartiere di via Baltea, Torino. Foto di Maddalena Marchetto
Torino è la città in cui lavoro, in cui vivono persone che amo e in cui faccio attivismo transfemminista. Vivo in un paese che di quella città metropolitana fa parte. Le cose che avvengono nel capoluogo mi toccano non solo come sento mi riguardi ogni avvenimento dell’universo, coinvolgono proprio il mio quotidiano. Non potevo quindi evitare di prendere posizione sull’elezione del nuovo sindaco della città, un appuntamento elettorale che vedeva contrapposti due diversi brand accomunati da un unico programma. Il 25 settembre scorso, durante una replica di Mostre & Fiere per l’associazione In the ghetto, proprio nel giorno dell’istituzionalissimo pride torinese, mi sono espressa in questo modo:
La canzone che canto è una mia versione di Baby, I’m anarchist degli Against me. Il verso “sfili abbracciata con sbirri e Appendino” alla luce dell’esito elettorale è stato sostituito con “sfili abbracciata con il sindaco piddino”. L’allusione al poliziesco della prima versione mi pare che comunque non si perda menzionando il partito che ha istituito quelli che oggi si chiamano CPR e che ha contribuito a criminalizzare la lotte autorganizzate dal basso. A conferma poi che il programma di Lo Russo e Da Milano è lo stesso: il primo annuncio del nuovo insediato è stato il rientro del capoluogo piemontese nell’Osservatorio sulla Torino-Lione, l’organo consultivo che al massimo può decidere come spartirsi le compensazioni alla devastazione sociale, ambientale economica dell’opera ma che non ha alcuna voce in capitolo per valutarne l’opportunità. Se avesse vinto Da Milano, invece, avrebbe fatto la stessa cosa! Cosa significa fare il Tav durante una pandemia, mentre ti chiedono di rimboccarti le maniche, lavorare duro, rassegnarti a un’assistenza sanitaria inesistente, evitare di lamentarti? Significa drenare la risorse, esaurire le energie, piegare le vite, incatenare le esistenze delle persone al profitto di pochissimi.Continua a leggere→
Non ne faccio mistero, non l’ho mai fatto: nella Wu Ming Foundation sono cresciuta e ho stretto alcune relazioni significative, di quelle che vanno al di là dell’incrociarsi su un blog letterario o a qualche presentazione. Ci ho trovato persone che ora sono amiche e amici e amichx.
Una delle persone con le quali ho più interagito nel corso degli anni è Veronica Siracusano Raffa, Sweepsy sul web.
Ci sono stati periodi in cui ci siamo scritte molto intensamente e, anche quando non eravamo d’accordo, fra noi c’è stata sempre una dialettica costruttiva e, quantomeno per me, arricchente. Il punto però è anche un altro. Con Veronica mi è capitata una cosa che ha dell’eccezionale: molto prima che fossi out come persona trans, è riuscita a farmi sentire sufficientemente sicura e a mio agio da confidarle quale fosse il mio reale posizionamento di genere. Quindi, ancora prima che per le molte riflessioni, le letture, gli scambi preziosissimi di questi dieci anni, ho amato di Veronica la qualità umana, il calore, l’empatia.
La settimana scorsa le ho scritto, ma non ho ricevuto risposta. Da suo marito ho saputo che era in ospedale in situazione critica e stasera sono venuta a sapere che non ce l’ha fatta. Per quel che vale, esprimo tutta la mia vicinanza a lui e al suo bimbo. Io per me sono profondamente addolorata per questa perdita.
Mi mancherai Vero. Se la scorsa settimana avessi potuto rispondermi ti avrei detto due cose: primo, che mi sono venute meno le energie, le risorse materiali e di tempo e quindi no, al contrario di quanto mi ero ripromessa, a novembre non sarei venuta in Sicilia, non ci saremmo viste; la seconda che però sì, ho provato a mantenere la promessa che ti ho fatto qualche mese fa, dopo le chiacchiere scambiate in occasione delle tue recensioni di La mostruositrans e di Perché il femminismo serve anche gli uomini. Ti avevo promesso che nel mio prossimo libro mi sarei impegnata a raccontare al meglio delle mie capacità che le istanze trans/femministe sono anche e soprattutto istanze di classe. Purtroppo non ci sarai tu a leggere e a dirmi se secondo te ci sono riuscita. Sappi però che ti ho pensata molto mentre scrivevo e il libro a questo punto è dedicato un po’ anche a te.
Ovunque tu sia ti raggiunga il mio abbraccio e la mia gratitudine. <3