Farsi spazio nelle e con le contraddizioni. Una sentenza che può far comodo
Il 20 dicembre scorso ho ricevuto la telefonata dell’avvocato che mi ha accompagnata in tribunale per il mio cambio anagrafico. Questa volta aveva il sorriso nella voce.
– Filo! Ho qui davanti la sentenza. Tutto a posto. Hanno accolto tutte le nostre richieste.
– Olè! Non ci speravo quasi più.
Proprio in quei giorni, a oltre un anno dalla presentazione della domanda in tribunale, a quarantatré mesi dall’avvio ufficiale del mio percorso di affermazione di genere, decisa a sottrarmi a ogni altro ulteriore esame, prendevo informazioni sulla procedura per sostituire il nome che mi è stato assegnato alla nascita con “Filo”. Pazienza per “mena” e affanculo al genere. Si può fare in anagrafe con una marca da bollo, senza avvocati, perizie, relazioni, giudici, tribunali, scartoffie, una cosa relativamente semplice. Infatti è un’opportunità pensata per le persone cisgender: non dà diritto a interventi chirurgici mutuabili, lascia inalterato il genere imposto e preclude nomi diversamente genderizzati. Sono fortunata, non ce n’è stato bisogno, mi è andata bene. Dopo lungo penare la giudice si è convinta: sono Filomena anche per lo stato italiano.
– Adesso cosa succede? Continua a leggere




