Buon anno, ragazzx e ragazzx

Farsi spazio nelle e con le contraddizioni. Una sentenza che può far comodo

un certo tipo di carta ben alimenta un certo tipo di fuochi

Il 20 dicembre scorso ho ricevuto la telefonata dell’avvocato che mi ha accompagnata in tribunale per il mio cambio anagrafico. Questa volta aveva il sorriso nella voce.

– Filo! Ho qui davanti la sentenza. Tutto a posto. Hanno accolto tutte le nostre richieste.
– Olè! Non ci speravo quasi più.

Proprio in quei giorni, a oltre un anno dalla presentazione della domanda in tribunale, a quarantatré mesi dall’avvio ufficiale del mio percorso di affermazione di genere, decisa a sottrarmi a ogni altro ulteriore esame, prendevo informazioni sulla procedura per sostituire il nome che mi è stato assegnato alla nascita con “Filo”. Pazienza per “mena” e affanculo al genere. Si può fare in anagrafe con una marca da bollo, senza avvocati, perizie, relazioni, giudici, tribunali, scartoffie, una cosa relativamente semplice. Infatti è un’opportunità pensata per le persone cisgender: non dà diritto a interventi chirurgici mutuabili, lascia inalterato il genere imposto e preclude nomi diversamente genderizzati. Sono fortunata, non ce n’è stato bisogno, mi è andata bene. Dopo lungo penare la giudice si è convinta: sono Filomena anche per lo stato italiano.
– Adesso cosa succede?
L’avvocato mi descrive l’iter che porterà la sentenza prima al mio comune di nascita e poi a quello di residenza. Una cosa lunga.
– Mi raccomando! Fino a che non hai carta d’identità e codice fiscale nuovi non firmare mai “Filomena”!
– Va bene. Ma il biglietto aereo per la tournée in Sardegna a fine gennaio a che nome lo faccio intestare?
– Per allora non avrai ancora i documenti. Fallo intestare al tuo vecchio nome.

Chiusa la telefonata ho comunicato la buona novella alle persone care. Quel cuoricino di Antonia Caruso per tutta risposta mi ha inoltrato la lista degli adempimenti burocratici che mi aspettano nei prossimi mesi. Grazie, sorella: non è finita, non finisce mai.
La mia amica Nadia invece mi ha chiesto:
– Facciamo una festa?
– Certo, però la facciamo quando avrò davvero i documenti in tasca. Ho già in mente il titolo: “La carta è solo carta…
– “… la carta brucerà”! Certo, non avevo dubbi.

Cerco di spiegarmi meglio. Sì, sono contenta, è possibile che quando avrò i documenti la mia esistenza nel mondo eterocispatriarcale e burocratizzato si semplifichi un pochino, ma questa sentenza lascia immutato il modo in cui mi relaziono agli altri esseri umani. Il mio genere lo affermavo già e continuerò ad affermarlo senza bisogno di convalide del tribunale. Tanto più che sui documenti ci scriveranno che sono una donna e invece, sebbene utilizzi il femminile quando parlo di me, sono ancora un’altra cosa.
Queste righe non sono – e in ogni caso non solo – un’appendice a Senza titolo di viaggio. La ragione per la quale racconto tutto questo è che la sentenza sul mio caso potrebbe rivelarsi di una qualche utilità per le soggettività trans e non-binarie che intendono seguire l’iter per chiedere adeguamenti anagrafici e/o interventi chirurgici.

Nelle relazioni con cui sono stata presentata in tribunale c’erano informazioni che avrei volentieri omesso e che ci sono rimaste solo per errore. Fra queste il mio reale posizionamento di genere: sono una persona trans, non-binaria, queer. Ora – allacciate le cinture! – vi svelo un segreto: l’ordinamento italiano prevede solo due generi, “uomo” e “donna”, nessun’altra alternativa è possibile. Sulla carta le persone come me, come noi, non esistono. Dichiarare un genere non-binario in certe sedi rischia di essere controproducente. Il mio avvocato quindi, poveretto,

si è dovuto arrampicare moltissimo sugli specchi […]. Per tutte le undici pagine dell’atto è un continuo susseguirsi di «Filomena è una persona non binaria, ma Filomena è una donna, Filomena è pansessuale, ma questo non esclude il fatto che sia una donna», e via così. [Senza titolo di viaggio, Alegre, 2021, p.317].

Era questo l’unico modo per richiedere allo stato di essere riconosciuta con un nome esplicitamente femminile e la possibilità di accedere tramite il servizio sanitario nazionale a farmaci e chirurgia. Nella sentenza definitiva, ovviamente, è scomparso ogni accenno al non-binarismo. Eppure c’è stato e ne resta traccia nell’incartamento relativo al procedimento. Siamo molto lontanx dalla messa in discussione del binarismo di genere, ma è un infinitesimale granello nell’ingranaggio. Ora, uno dei punti in evidenza nella mia agenda transfemminista è cominciare seriamente a far pressione per ottenere cambi anagrafici con una semplice autocertificazione. Cospiro con le assemblee, le collettive, i movimenti affinché questa campagna si affianchi al più presto alle altre ma, nel frattempo, le persone non-binarie che volessero dichiarare il loro reale posizionamento di genere in tribunale sappiano che si può fare, io sono passata.

Prima di proseguire è necessaria una precisazione. La prospettiva attraverso la quale guardo le cose del mondo non è quella riformista. Il pesce puzza dalla testa, l’economia neoliberista e l’organizzazione statuale sono intrise, si nutrono, prosperano grazie all’oppressione eterocispatriarcale. Non credo che la sostituzione della legge 164 del1982 “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso” con una meno vessatoria cancelli la transfobia strutturale. Sicuramente però rende più vivibile l’esistenza delle persone trans e non-binarie e quindi è opportuno muoversi anche in questa direzione: la lotta si combatte su più piani, su più fronti, con rabbia e gioia, collettivamente, nel mutuo appoggio, aprendo contraddizioni e lo spazio/tempo per vivere meglio nell’immediato.

Ora veniamo al punto. In Italia le sentenze dei singoli tribunali non fanno giurisprudenza. Lx giudici hanno il diritto e il potere di ribaltare precedenti pronunciamenti di altrx colleghx. Seguire il mio esempio non è quindi del tutto esente da rischi, ma è importante sapere che è possibile farlo e lo testimonia la sentenza numero 5514/2021, pubblicata il 20 dicembre 2021 dal Tribunale di Torino.
Esplicitare il proprio genere – ovviamente con tutte le cautele del caso: “non-binary, ma” – potrebbe persino rivelarsi una maniera per fare massa critica e accumulare altri granelli di contraddizione nell’ingranaggio. Se tenessimo traccia delle persone che passano dichiarandosi non-binarie potremmo usare quel dato come cuneo per dilatare le sbarre del binarismo, colonna portante dell’oppressione patriarcale.Le sbarre sono tante e robuste: ci applichiamo a danneggiarle con ogni mezzo.

Senza titolo di viaggio. Partenza, commenti, tappe (dita incrociate)

11 dicembre 2021. Presentazione di “Senza titolo di viaggio” presso il laboratorio femminista del CSOA Auro e Marco, Roma.

Continua a essere sacrilego pensare che una gestione della pandemia autoritaria e appiattita sui dettami di confindustria non ci condurrà alla tanto controversa, per alcuni agognata, normalità? Continua a esserlo anche di fronte all’ennesima ondata di contagi? Davanti al caleidoscopio delle regioni che cambiano colore? Osservando il panorama di categorie considerate improduttive che vengono penalizzate (i luoghi della cultura disincentivati a proseguire la programmazione e le persone piccole in dad)? Anche davanti allo sfacelo della sanità pubblica? Anche di fronte al disagio psichico, sociale ed economico in perenne aumento? Nel caso, io resto blasfema.

Ormai un mese fa Senza titolo di viaggio ha preso il largo e, nella sua manifestazione cartacea, gira isole e penisola. Mi hanno segnalato la sua presenza non solo nelle librerie indipendenti, ma anche in alcune catene, dove però la gestione algoritmica – nel sottotitolo compare la parola “canzoni” – gli fa prendere spesso posto nel settore dei libri musicali. Poco male. Il librozzo si mantiene fedele agli intenti: contaminare i territori, sfondare le barriere, sconfinare nei generi.

Cominciano ad arrivare anche i commenti di chi lo ha letto. Un numero considerevole sulla mia posta privata, ma alcuni anche pubblici (quest’ultimi raccolti in questa pagina via-via che escono). L’accoglienza sembra buona e ne sono molto lieta. Le presentazioni invece vanno a rilento. Dopo due calorose uscite romane avvenute nei giorni del debutto in libreria, la nuova serrata pandemica ha mandato a monte le sei date che avevo già fissato per gennaio. A conferma del motto: jinnaru friddu e fame.

Stiamo provando programmare di nuovo. Il calendario di febbraio a questo punto si è molto infittito. Vediamo se dura. Alcune date:

Il terzo week end di febbraio sarò in Sardegna per tre date. Per l’occasione, oltre a presentare il libro nuovo e portare in scena Mostre & Fiere, ripescherò anche Il decoro illustrato. Il quarto fine settimana sarò a Pavia e Bologna. Il quinto… Per ora basta così.

Ci incontriamo per le strade

E comunque buon anno, ragazz@ e ragazz&

Crediti: per scrivere il paragrafo relativo alla mia sentenza, ancora una volta, mi sono avvalsa del preziosissimo parere e del supporto di Luca Casarotti. Grazie compagno.

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